Il mio ricordo di Peppino

di Luigi Maria Prisco

 

luigi priscoPeppino, io l'ho sempre chiamato così. Mai "papà", nemmeno una volta. Fin dai primi anni ho avuto questa abitudine e lui non ha mai fatto nulla per togliermela: evidentemente si compiaceva di avere con suo figlio un rapporto tanto amichevole da farsi chiamare per nome.  Dico subito, a scanso di equivoci, che non è stato facile per me avere un padre come lui. Una personalità forte, di quelle che si definiscono "schiaccianti"; e io, per non farmi schiacciare, spesso sceglievo il contrasto.

 

Potevamo non pensarla allo stesso modo in tante cose, potevamo avere opinioni e gusti diversi, a tavola come nella vita, su libri, film, politica, persino religione; ma su tre cose era intransigente (o almeno così lo percepivo) e lo era da prima che io nascessi: avrei dovuto fare l'avvocato, sarei stato interista e alpino. Tutte cose avveratesi, ma torniamo a lui.

 

Cominciamo dalla passione per gli alpini, quella di cui mi sono accorto subito, quella che ho notato fin dai primi vagiti. Quello con la penna nera è stato il mio primo copricapo: me l'hanno messo e mi hanno fotografato, segnando così il mio destino militare. Del resto ho sempre visto tanti amici, tutti con regolare cappello alpino, affollare casa mia in varie occasioni.

 

A parte le Adunate Nazionali che si sono svolte a Milano (nel 1959 la prima), gli appuntamenti fissi erano due: il 26 gennaio, anniversario della battaglia di Nikolajewka che significò salvezza per i superstiti dell'ARMIR, e la tradizionale Messa per i Caduti. Quest'ultima era nata nel 1954 con il ritorno di don Brevi dai campi di prigionia in URSS: cappellano del Btg.

 

Val Cismon, catturato nel gennaio del 1943, considerato un nemico del popolo perché ufficiale, perché prete, perché rifiutava sdegnosamente di convertirsi al comunismo, era rimasto in Russia 12 anni. Infine i sovietici, un anno dopo la morte di Stalin, decidendo che non era più utile trattenere i prigionieri di guerra, li avevano rispediti a casa. Benché tremendamente provato, don Brevi riprese subito a fare il cappellano militare come prima di partire per il fronte e io, nato il 5 novembre di quell'anno, ebbi l'onore di essere battezzato da lui.

 

lalla luigi peppino prisco350Poco dopo, mio padre gli propose di celebrare, sotto Natale, una Messa per i Caduti del Battaglione L'Aquila. Lui accettò con entusiasmo. La chiesa prescelta era il Civico Tempio di San Sebastiano in via Torino, e fin da subito intervennero i reduci del battaglione. Pochi, purtroppo, un po' per la distanza dall'Abruzzo e un po' perché davvero pochi erano tornati. Ma a far numero c'erano i parenti dei caduti.

 

Un coro di Alpini da una parte dell'altare, dall'altra parte la fanfara del 4° Reggimento diretta dal M.llo Dal Fabbro e in mezzo don Brevi, estatico, commosso: la sua predica faceva venire la pelle d'oca. Mio padre, che era un organizzatore nato, aveva programmato tutto con molto anticipo facendo telefonate, mandando lettere, dandosi molto da fare.

 

Da quel 1954, ogni anno, alla Messa venivano numerosi, e piano piano la manifestazione si allargò: tutti volevano pregare per i loro caduti, non solo quelli di altri reparti alpini, ma anche quelli della fanteria, dei bersaglieri, di tutti i corpi e di tutte le armi. Tanto che, negli anni Settanta, San Sebastiano non fu più sufficiente e si dovette traslocare prima a San Carlo, poi addirittura in Duomo.

 

Dopo la Messa mio padre teneva un discorso e, finché è vissuto, è sempre stato lui l'oratore ufficiale. Parlava sempre a braccio, con spunti polemici, e non le mandava a dire. Ne aveva per tutti: per il decadimento morale della società; per lo Stato, che aveva snaturato gli Alpini abolendo prima i muli (sostituiti da macchine), poi la leva obbligatoria e il reclutamento regionale; persino per il cardinale, colpevole di non intervenire mai.

 

L'Inter, fra le passioni di Peppino Prisco, è la più nota. Tutto cominciò una domenica del 1929 quando i coniugi Bussola, amici di famiglia, arrivarono in casa dei miei nonni portando una guantiera di pasticcini Alemagna. Non si usava, era per quei tempi una cosa strana. E loro, per spiegarla, dissero: "oggi abbiamo vinto il Derby, bisogna assolutamente festeggiare". Mio nonno Luigi non tifava Napoli, anzi proprio non sapeva cosa fosse il gioco del calcio.

 

Mia nonna ancor meno. Ma il piccolo Peppino volle saperne di più e sbocciò il grande amore per l'Ambrosiana, come allora si chiamava. Un amore tanto grande da indurlo a marinare la scuola per andare a vedere gli allenamenti all'Arena, una passione così predominante da fargli trovare normale portare la Gazzetta a scuola insieme ai libri di testo. Per non parlare del Calcio Illustrato, di cui ancora conserviamo tutte le annate rilegate. La cosa stupefacente è che mio padre non si limitava all'Ambrosiana, ma conosceva i giocatori di tutte le squadre.

 

Tante volte mi diceva di aprire a caso una pagina del Calcio Illustrato e di scegliere una foto qualunque. "Adesso nascondimi la didascalia, guardala solo tu e controlla se sbaglio". E cominciava a snocciolare i nomi dei giocatori, anche se erano non dico del Milan o della Juve, ma del Bari, della Fiorentina, dell'Andrea Doria, del Venezia. Li sapeva tutti. Come abbia fatto a portare a termine gli studi, e pure brillantemente, per me rimane un mistero.

 

prisco famigliaRipeteva spesso che "il vero interista è interista solo al 20%, all'80% è antimilanista". Era un paradosso, naturalmente, ma conteneva molta verità. Il "tifo contro", tanto stigmatizzato, addirittura negato come se non esistesse, esiste eccome ed è diffusissimo. Se due squadre sono rivali, come accade per Inter e Milan, Roma e Lazio, Sampdoria e Genoa, Torino e Juventus, Fiorentina e Juventus, Inter e Juventus... è normalissimo che i tifosi dell'una godano delle disgrazie dell'altra.

 

E non solo in Italia. Solo per fare qualche esempio: quando l'Inter giocò a Belgrado contro il Partizan nel 1964, i sostenitori della Stella Rossa vennero a tifare per noi; nel 1981, invece, furono quelli del Partizan a tifare Inter contro la Stella Rossa. A Praga un taxista ci pregò di dare una batosta al Dukla. Gli avrebbe fatto piacere perché lui era del Bohemians: fu accontentato. Sul campo neutro di Bologna, il 3 maggio 1967, l'Inter giocò contro il CSKA di Sofia la "bella" della semifinale di Coppa dei Campioni.

 

Era ancora vivo il ricordo della "Pasqua di sangue", dei tre punti tolti e ridati al Bologna, del titolo perso dall'Inter nello spareggio dell'Olimpico e di tutte le polemiche che ne erano nate: naturalmente i bolognesi, in massa, sostennero rumorosamente il CSKA (per la cronaca: vinse l'inter 1 a 0, gol di Cappellini). È così in tutto il mondo, ma mio padre era l'unico personaggio noto a non nascondersi, e dunque era l'unica stecca nel coro dei moralisti. Per questo i tifosi, anche quelli delle altre squadre, finivano per riconoscersi in lui. Poi, intendiamoci, aveva anche amici milanisti. E fraterni, come - uno su tutti - Mimmo Carraro, vicepresidente del Milan all'epoca di Rizzoli.

 

Fra loro c'era stima e affetto. Il tifo contro lo davano reciprocamente per scontato. Anzi: se Mimmo Carraro si fosse permesso di augurargli un successo dell'Inter in Coppa, mio padre avrebbe dubitato della sua amicizia, della sua sincerità, e ci sarebbe rimasto male.
Allo stadio era agitatissimo, nervoso, collerico, fazioso al di là del ragionevole. Io, non meno tifoso di lui, ero però obiettivo e per questo mi rimproverava. Non dimenticherò mai quella volta che voleva un rigore inesistente e io mi permisi di dirgli che era fuori area.

 

Mi fulminò: "cazzo, ma tu vieni qui a tifare per l'Inter o per l'arbitro?". In realtà aveva bisogno di sfogarsi, di scaricarsi, di non pensare troppo alle preoccupazioni della vita e del lavoro. Aveva coniato un efficace aforisma: "Typhare necesse est". Quanto al diritto: noi Prisco siamo avvocati da parecchie generazioni. Mio nonno Luigi aveva lasciato lo studio di Napoli, avviatissimo, solo per amore di mia nonna che era milanese: aveva ricominciato da zero a Milano, in un'epoca difficile per chi veniva dal Sud. In più era socialista e quando il fascismo prese il potere non si adeguò.

 

moratti herrera priscoMa a Milano era diventato "l'avvocato degli avvocati", nel senso che molti colleghi se lo associavano quando volevano sentirsi più sicuri in una causa. Mio padre era un predestinato, così come lo sono stato io. La sua passione per il lavoro era fortissima: se capitava una domenica senza campionato, potevo stare sicuro di trovarlo in studio, in mezzo alle pratiche, dal mattino alla sera. Allora lo consideravo un fanatico, oggi lo capisco: qualcosa di simile capita a me, quando dopo mezzanotte mi viene voglia di andare in studio a controllare qualcosa.

 

Alle tre del 12 dicembre 2001 Peppino Prisco, mio padre, è morto in bellezza, ancora felice per i molti festeggiamenti in occasione dei suoi ottant'anni.

 

La sera del 10 aveva festeggiato il compleanno in casa, con i suoi amici più cari, quasi tutti alpini. E domenica era stato ospite di Controcampo, quasi lamentandosi dei troppi elogi, dicendo che puzzavano di "necro-elogi": "morire? Non c'è problema, ma vorrei un preavviso di 48 ore per sistemare alcune cose".

 

Invece no, niente preavviso e guarda caso, 48 ore dopo, una morte improvvisa per una banale congestione coronarica dovuta al freddo. Ancora oggi lo ricordano in molti, gli sono stati intitolati molto Inter Club, anche la sede di qualche gruppo A.N.A. Questo sito dedicato a lui è destinato a raccogliere testimonianze, ricordi, curiosità, aneddoti, fotografie, documenti, registrazioni audio e video. È una iniziativa che mi fa molto piacere, e a cui darò volentieri tutto il contributo che posso.