Peppino aveva una marcia in più

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 di Giorgio Erede

Non vorrei che si pensasse che la mia vita sia trascorsa tutta fra pescate, donne e cucina. Ho fatto anche l'avvocato. E non per poco tempo, per quasi quarant'anni e di questi quaranta quasi venti accanto a Peppino Prisco. Non so se mi spiego. 

 

«Complimenti avvocato, un discorso chiaro!» Una giornata preelettorale nel 1972, una piccola celebrazione di fronte al monumento agli alpini in fondo a via Vincenzo Monti. Aveva detto due parole, belle chiare Peppino Prisco e io, che abitavo lì vicino e da piccolissimo, figliolino di un disperso in Russia, avevo tolto il lenzuolo a quel monumento, mi ero soffermato e mi era venuto spontaneo avvicinarmi all'oratore per congratularmi.

 

«Chi sei?». Due parole di spiegazione e pochi giorni dopo mi trovai "acquistato" dallo Studio Prisco a condizioni, per quel tempo, favolose. Peppino era un uomo eccezionale, di quelli di cui si dice "quello è uno con una marcia in più": acuto, spiritoso, affascinante, grintoso, dolce, infaticabile, appassionato, grande comunicatore. Come lui stesso diceva, aveva due grandi amori, uno sacro, gli alpini, l'altro profano, l'Inter.


Arrivai al suo studio non tanto perché fossi "tecnicamente" bravo, e neppure contribuì nella scelta il mio fanatico attaccamento ai colori nerazzurri; venni "acquistato" perché ero figlio di un alpino disperso in Russia, così come il Tedo, il suo braccio destro.

 

Grande avvocato il Tedo Lavizzari, per lui modificammo un famoso brocardo: ad impossibilia Tedo tenetur!, ma anche il suo "acquisto" non fu dettato dalle qualità "tecniche", che il Peppino scoprì subito dopo, ma - comunque - dopo, ma dal fatto che fosse il figlio del colonnello Lavizzari caduto eroicamente nella campagna di Russia e neppure venne considerato che fosse, pensate!, milanista. L'amore sacro vinceva sempre su quello profano.

 

Molte furono le cause belle e importanti che nello studio mi vennero affidate e che affrontai con vera passione, ma l'incarico veramente "di fiducia", come lo definì Prisco conferendomelo, fu quello di cantiniere (in momenti di particolare confidenza giungeva a chiamarmi, senza malizia sia chiaro! "Ebe, la coppiera degli dei") con il preciso compito di tener rifornito lo studio di champagne da utilizzare per le vittorie in tribunale, molte, e per quelle dell'Inter, meno numerose visto che in quegl'anni i colori nerazzurri non erano fortunatissimi.

 

Lo studio non aveva soltanto una cantina, ma anche una attrezzata cucina che non ho certo lasciato inutilizzata. Peppino Prisco era di origine napoletana e amava particolarmente gli spaghetti mai, per lui, sufficientemente al dente e in suo onore, per un'occasione speciale, mi esibii nell'esecuzione di un'antica ricetta napoletana che vi propongo.

 

Prisco saluto230Maccheroni alla Monteroduni

Si tratta di un'antica ricetta della cucina napoletana "nobile" dovuta ad un monsù del principe di Monteroduni. Se ne conoscono alcune varianti. Di queste ne ho scelta una apportando a mia volta qualche modifica. Si parla, in tutte le varianti, di cervellata; secondo me si tratta di un insieme di carne trita di manzo e di pasta di salame (che si trova normalmente nei supermercati). 

 

Ingredienti (per 6 persone):
400 gr. di spaghetti o, meglio, di maccheroncini alla chitarra
1/2 l. di salsa di pomodori
500 gr. di cervellata (pasta di salame)
125 gr. di prosciutto crudo (a dadini, fetta unica)
una grossa cipolla di Tropea (in mancanza cipolla rossa)
3 cucchiaiate di olio extra vergine d'oliva
75 gr. di parmigiano grattugiato

 

Preparazione:
Si formano con la cervellata delle palline di varie dimensioni (da 0,3 a 1 cm di diametro).
In una casseruola si fa "arrossare" la cipolla con l'olio, si uniscono le palline di cervellata, si fanno soffriggere, si aggiunge un bicchiere ben pieno di vino bianco. Assorbito il vino, aggiungere la salsa di pomodori e i dadini di prosciutto, abbassare al minimo il fuoco e far cuocere almeno due ore, meglio tre, facendo attenzione che il sugo, addensandosi, non si attacchi; aggiungere, eventualmente, un po' d'acqua. Alla fine dovrà risultare un sugo assai denso e saporitissimo; aggiungere, se necessario all'assaggio, sale e, senz'altro, del pepe nero appena macinato.


Con questo sugo si condisce la pasta cotta al dente, si aggiunge abbondante parmigiano e, volendo (fare un po' di sana scena) si mette il tutto in una pirofila che ricoprirete con della pasta sfoglia. Infornate fino a che la sfoglia non sia dorata (circa 15 minuti con forno a 190°). Portate trionfalmente in tavola dove con un colpo teatrale romperete la sfoglia facendo sprigionare incantevoli effluvi.

 

Altro incarico "di fiducia" conferitomi da Prisco fu quello di fornitore delle decalcomanie con lo stemma del Milan. Sì perché sul fondo della tazza del bagno dello studio veniva posizionata, fortunatamente da altro addetto di fede nerazzurra, il Sergio fattorino-autista, lo stemma dagli odiati colori con l'esilarante effetto ben immaginabile.

 

Bé, fra cause, brindisi e scherzi, ahimé anche a mio danno!, ideati con fantasia inestinguibile dal Peppino, trasferte allo stadio, adunate alpine, ho passato quasi vent'anni della mia vita e con Prisco li ho passati proprio bene. Aveva attenzioni di grande sensibilità nei confronti delle persone che amava e fortunatamente ero una di queste. In un momento sentimentalmente non felicissimo della mia vita mi raggiungeva ovunque io fossi soltanto per scambiare due parole, non mi lasciava mai solo, mi telefonava alle ore più impensate e se era magari un'ora notturna invariabilmente esordiva con un sorridente, ironico e speranzoso: «Interruptus?»

 

musica cucinaOltre ad essere un grande comunicatore era un grande agente e pr di se stesso. Quando, ad esempio, voleva che venisse divulgata una determinata notizia, che riguardasse o l'Inter, o una causa, o anche un suo intervento come Presidente dell'Ordine degli avvocati, non si sa come, tac!, arrivava una telefonata del giornalista giusto. Non so bene come facesse, ma ci riusciva sempre e senza fare, credo, esercizi di telepatia. A volte arrivava ad utilizzare anche me per stimolare la curiosità di quel giornalista o di quell'altro.

 

«Telefona un po' al Tale e chiedigli, così senza parere, se mi abbia per caso incontrato; ti chiederà il perché della domanda e tu: "no...così...niente, buongiorno"». Invariabilmente nel giro di qualche minuto la telefonata del Tale, incuriosito, arrivava. Allora fra reticenze, frasi smozzicate e sussurrate il Peppino spiattellava quello che voleva che venisse pubblicato. Fatta!

 

Il suo rapporto con la stampa era ottimo, di grande correttezza. Se una notizia voleva darla a tutti, non fingeva di confidarla, come molti fanno, a questo o a quello in esclusiva. Sapeva essere, anche con i giornalisti, a seconda delle circostanze, spiritoso e brillante oppure autorevole, drammatico, furibondo, commosso.

Come tifoso era terribile, soprattutto antimilanista, ma anche come tifoso era leale, ironico, autoironico, geniale. Famose le sue battute sulla mano data a un milanista e a uno juventino, nel primo caso "me la lavo subito", nel secondo "controllo che ci siano tutte le dita". Amatissimo dagli interisti, venerato direi, e odiato, ma profondamente stimato, dagli avversari, da tutti, proprio da tutti.

 

Si vestiva con grande eleganza, flanelle inglesi, gessati sobri, giacche di tweed, cravatte scelte da Oxford o da Red and Blue, spesso con qualche riferimento patriottico o da tifoso e malgrado amasse apparire in televisione e amasse che si parlasse in televisione di lui, non digerì mai l'imitazione che di lui fece per molte domeniche alla trasmissione "Quelli che il calcio" Teo Teocoli.
«Ma dai, è bravo!» - gli dicevo - «E poi non dici sempre che è bene che si parli di te?». Lui si arrabbiava: «Ma hai visto come mi fa apparire? Mi hai mai visto con una giacca da camera? O, addirittura, con i mutandoni? No, no, dammi retta, è un milanista, un milanista di merda. Dammi retta.»

 

Devo dire che Teocoli venne a saperlo e spiritosamente ne rise e, anche in una recente trasmissione televisiva, a tanti anni dalla sua scomparsa, lo ha ricordato con simpatia proprio rifacendo, perfettamente, la sua voce: «E' un milanista di merda!». E giù una gran risata!

 

Testo tratto dal libro "La musica nella mia cucina"  dal capitolo "Peppino Prisco - Il mestiere dell'avvocato" di Giorgio Erede, edito da Mursia.