Fusco, il mulo delle due guerre

storia6 2Anni fa ad un raduno in Abruzzo, andai a trovare alcuni veci che erano con me in Russia e che da allora dimostrarono in ogni momento di contraccambiarmi l'affetto fraterno che nutro per loro.

A tavola, in piena allegria, dopo "aver fatto" non pochi bicchieri da bottiglie di vino speciale aperte per l'occasione, il discorso cadde sul mulo più bello che abbia mai militato in un battaglione alpino.

 

Parlare di muli quando si parla della tremenda guerra degli alpini sulle rive del Don può far sorridere: eppure erano come dei nostri fratelli, la loro sorte fu la nostra, anzi dobbiamo a loro – ne tornarono 12 su 380 partiti appartenenti al Battaglione L'Aquila – se non fummo tutti distrutti in quel finimondo.

 

Un mulo che avrebbe meritato notorietà e fama in campo nazionale, come il cavallo Albino del Savoia Cavalleria, un mulo che gli alpini abruzzesi ancora dopo tanti anni ricordano sempre con ammirazione e affetto.

 

Il suo nome era Usco, ma fin dai primi giorni di naja dell'appena costituito battaglione L'Aquila, nel 1935, gli alpini pensarono di ribattezzarlo Fusco, trovando che quella effe inziale gli donasse più classe, più eleganza, come una specie di attributo nobiliare, omaggio doveroso per la sua bellezza.  Fusco era un mulo eccezionale: alto, armoniosamente proporzionato, di manto scuro e aveva un incedere maestoso e dignitoso, tale da incutere soggezione e rispetto al tempo stesso. Avrebbe potuto primeggiare anche in mezzo ai suoi "colleghi" dell'artiglieria alpina, ma io sono certo che preferiva restare tra le fiamme verdi, perché avvertiva il particolare affetto che gli alpini, via via succedutisi dal 1935 in poi all'Aquila, gli portavano.

 

Per lui la razione di "rancio" era particolare e credo che gli altri muli trovassero normale il trattamento privilegiato riservatogli, tanto che nessun di loro protestò mai o si mise a rapporto dal comandante della 108..., la compagnia cui Fusco ha sempre appartenuto sino al settembre '43, quando, sia pure per pochi mesi, il battaglione L'Aquila cessò di esistere. Altro vecio del battaglione era il sergente maggiore Bazzicchi, capo della fureria, giunto con Fusco e le prime reclute classe 1915 in Val d'Isonzo, dove L'Aquila venne costituito, riunendo in un solo reparto gli alpini abruzzesi.

 

Bazzicchi era, come Fusco, alto quasi due metri e di corporatura imponente; era un amico del mulo perché insieme agli sconci, aveva contribuito a salvare Fusco dalle incursioni rapaci dei veterinari del 3° reggimento di Artiglieria Alpina. Periodicamente i muli dei battaglioni alpini venivano analizzati dai veterinari dell'artiglieria, i quali entravano nelle nostre caserme e si dirigevano verso le stalle con il preciso intento di portarci via le bestie migliori, più resistenti, che, per corporatura, potessero sopportare le grandi fatiche del trasporto dei cannoni.

 

alpini 1942Così il sergente maggiore Bazzicchi, al convenuto segnale d'allarme, organizzava l'operazione di salvataggio. La bestia veniva separata dagli altri muli e portata nelle camerate, in fondo in fondo, dove, accarezzata e coccolata dagli alpini restava tranquilla e silenziosa fino al termine dell'ispezione. Un giorno del giugno del '42 presenziai anch'io a un tentativo di "rapimento" di Fusco: il mulo fu nascosto nei locali destinati ai servizi perché si temeva la presenza di alcune spie che potessero avvisare gli artiglieri.

 

Un alpino si rivolse a me con tono che solo un generale può usare con una recluta: "Signor tenente, non entrate. Andateneve appresso a quelli dell'artiglieria!".  Intuii la situazione e mi accostai agli ospiti. Parlai con gli artiglieri del più e del meno, gli offrii un caffè al bar dello spaccio, e così concorsi anch'io, quella volta, a salvare Fusco dal trasferimento che tutti temevano. Il mulo tornò trionfalmente nella sua stalla tra gli applausi di tutti. Proprio allora mi raccontarono le imprese della bestia sul fronte greco, dopo essere giunto a Durazzo nei primi giorni dell'aprile del 1939 per l'occupazione dell'Albania.

 

Trascorso tranquillamente il periodo di naja noiosa, fino al 28 ottobre del 1940, giorno dell'offensiva, subentrò un periodo tremendo con l'illusoria e sanguinosa avanzata sino quasi a Metsovo, in Grecia, cui doveva seguire un altrettanto sanguinoso ripiegamento. In quelle lunghe settimane di novembre e dicembre nacque la leggenda della divisione Julia e i muli furono i più preziosi amici degli alpini: portavano in continue corvées munizioni e viveri, spesso sotto il peso delle attrezzature sprofondavano nel fango – si doveva lottare per risollevarli, rimetterli sulle quattro zampe e riprendere il cammino – mentre qualche sconcio, distrutto, afferrava la loro coda per farsi trainare.

 

Fusco trascorse tutto quel periodo inquadrato nelle salmerie della 108 e ogni giorno appena la luce cedeva il passo al buio, insieme con gli altri muli governati dal maresciallo Aureli, partiva dalle retrovie per portare l'indispensabile agli alpini de L'Aquila in prima linea.
I muli del battaglione, con Fusco, loro ideale comandante, continuarono la diuturna e pericolosa fatica, superando persino le tristi, dolorose giornate del mese di marzo sul monte Golico.

 

Il Golico è un monte nei pressi del fiume Vojussa (quello citato in un altro famoso canto degli Alpini, Sul ponte di Perati bandiera nera il fiume che "col sangue degli alpini s'è fatto rosso..."); la montagna fu più volte presa e perduta, soprattutto nel periodo 7/3/1941-18/3/1941 attraverso numerose perdite fra gli alpini dei battaglioni Tolmezzo, Gemona e Cividale, della Julia, ed anche del btg. Susa della Taurinense.

 

Quando, al prezzo di altissime perdite, sul ponte di Perati sventolò il tricolore, ci fu un periodo di calma, dall'Italia giunsero le reclute nate nel 1921 – chiamate "mattarelle"- che impararono subito a conoscere e ad amare Fusco che dovette attendere l'inoltrata primavera del 1942 per rientrare, a Gorizia, con gli ultimi reparti della Julia. Il tempo di riorganizzare i ranghi, di assimilare le nuove "mattarelle" del '22, di affiatare i giovani ufficiali di prima nomina con i reduci e si partì per il fronte russo.

 

mulo alpinoIn meno di due settimane le accoglienti vetture delle Ferrovie dello Stato – ognuna poteva trasportare un centinaio di uomini e una decina di animali – ci trasportano da Gorizia a Izium, cittadina russa. Una volta scesi ci accorgemmo che molti muli non riuscivano a reggersi sulle quattro zampe a causa della coatta immobilità sofferta durante il viaggio. Solo Fusco non aveva subito minimanente la costrizione della posizione, scese tranquillo dal vagone, quasi come volesse fare da esempio per le altre bestie, mortificate e stordite.

 

Poi "motorizzati a pie'" fummo indirizzati, anziché in montagna, verso il fiume Don, dove trascorremmo qualche mese di tranquillità fino all'inizio dell'offensiva scatenata dai russi. I Tedeschi, accerchiati a Stalingrado, finirono per arrendersi mentre il 9° alpini resistette per trenta giorni, e trenta tremende notti, al quadrivio di Seleny-Yar. Fusco era addetto ai soliti rischiosi compiti di rifornimento in linea e il suo sconcio, Pasquale Chiaverini, ogni volta che sostava al fronte, era impaziente di rientrare nelle retrovie.

 

Più volte affidammo al mulo, che sembrava non accorgersi del peso maggiore dei carichi suppletivi: quei molti alpini gravemente feriti che avevano bisogno di cure immediate. Un giorno, forse era il 22 gennaio del '43, mentre il sole stava scomparendo, alcuni alpini mi chiamarono per avvisarmi che Fusco stava trainando una slitta di truppe ungheresi: in pochi istanti, pistola alla mano e baionette bene in mostra, li aggredimmo e ci facemmo riconsegnare l'animale, felici come se avessimo liberato un fratello.

 

Gli fu dato da mangiare con la solita generosità e fu addetto al trasporto dei feriti e dei congelati che, alla sera, venivano ricoverati nelle isbe. Così giungemmo al 31 gennaio; al momento del distacco, della commozione fino alle lacrime, dei saluti a chi rientrava negli ospedali in Italia. Chiaverini, colpito da congelamento alle braccia e alle gambe, abbracciò con fatica il suo Fusco. Fu l'ultima volta che lo vide....
Dopo le campagne di Grecia e Russia, fu l'unico mulo superstite del battaglione L'Aquila, costituito otto anni prima in Val d'Isonzo.

 

Al termine della mia licenza premio – sic – lo rividi a Gradisca in una filanda dove eravamo alloggiati: l'amico Fusco era al centro di un cortile e un vecio lo stava presentando alle reclute. Mi avvicinai con emozione, lo accarezzai e il suo sguardo mi parve persino affettuoso.
Dall' 8 settembre '43 e di Fusco non seppi più nulla. Ho pensato spesso a lui, alle volte che gli davo di nascosto dello zucchero di cui era ghiotto.

 

Per il suo generoso operare sui fronti greco e russo avrebbe meritato una ricompensa che avrei motivato così: "Per aver generosamente contribuito, indifferente al pericolo e alle fatiche sino all'inconscio, a consentire la resistenza in linea degli alpini del battaglione L'Aquila su ogni fronte e per averne salvati non pochi, trasportandoli per centinaia di chilometri, quando, feriti e congelati, disperavano di  sopravvivere dopo avere svolto il loro dovere"