Un avvocato vincente

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Devo ammettere però che le mie ambizioni nella vita sono mutate continuamente: da ragazzo desideravo essere centravanti dell'Ambrosiana e fare tanti gol. Sogno svanito. Poi sperai di fare l'avvocato come mio padre, mio nonno e il mio bisnonno. In questo ci sono riuscito. Poi mi innamorai del mestiere di giornalista, collaborai con "Il Giornale" diretto dal mio amico Indro Montanelli e con "Il Corriere della Sera".

 

Scrivevo articoli sul mondo della giustizia, commentando l'entrata in vigore di quella o di quell'altra legge anche se la massima ambizione era fare l'inviato di guerra, come il maestro di giornalismo Egisto Corradi. Ero talmente vicino al mondo della carta stampata che feci una causa, divenuta poi famosa, per la maggiorazione delle domeniche lavorative dei giornalisti sportivi.

 

Mentre avevo in corso la causa di Gian Maria Maletto del Corsera, me ne arrivarono una trentina. Il primo ricorso lo persi, però feci in tempo ad appellarmi e a vincere. Meno male, che figura sarebbe stata, per uno che vive di sport, fare una causa pilota e perderla! Sul luogo di lavoro, che fosse lo studio o il tribunale, sono sempre stato lucido, concentrato, freddo. In aula durante un processo mi definivano addirittura glaciale. Era esatto. L'emotività, la passione, gli sfoghi li lasciavo confinati allo stadio quando giocava la mia Inter.

 

Più di mezzo secolo , 55 anni per la precisione, di attività forense nel civile, vissuta intensamente, giorno per giorno, ora per ora. Talvolta mi sembra di essere sempre stato, da quando ero alpino a 19 anni, o in prima linea o di pattuglia davanti alla prima linea. Dai miei avversari di parte civile ho sempre avuto un riconoscimento positivo sul mio comportamento processuale che definivano lineare, corretto e mai baldanzoso. Fatto che mi rese sempre felice e orgoglioso.

 

Nello studio legale che fu di mio padre, che è stato mio e ora è di mio figlio ho trascorso il tempo maggiore della mia vita. Non esistevano sabati e domeniche. Nè orari. Ero circondato dagli oggetti che amavo: il coltello a serramanico dello zio che cadde nel 1916 sul monte Podgora, i mobili d'antiquaritato, i gagliardetti dell'Ambrosiana, le raccolte del "Calcio Illustrato", la riproduzione dei trofei vinti dall'Inter, i quadri e le foto dedicati agli alpini, i cimeli di guerra, i disegni, i libri di legge, il "flipper" degli anni 30, semplice e autarchico come voleva la necessità dei tempi...

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E l'orologio da muro ottocentesco. Un giorno di moltissimi anni fa smise di battere le ore. Non ho mai voluto separarmene per farlo riparare. Lo lasciai lì, fermo. Voglio riproporre una serie di miei scritti a commento sui fatti della giustizia italiana avvenuti durante la mia lunga carriera di avvocato. Alcuni passaggi potranno risultare ostici e un poco noiosi ai più, non avvezzi alle vicende del mondo dei legali. Ma tracciano il mio percorso professionale e inquadrano i periodi storici del mio lavoro attraverso vicende economiche e politiche del nostro paese.

 

Il Palazzo di Giustizia, nell'estate del 1945, oltre alla sensazione di deserto – come sempre quando l'attività giudiziaria è ridotta quasi a nulla – appariva anche in stato di assoluto abbandono. L'edificio, inaugurato solo cinque anni prima, non aveva più i vetri alle finestre, molte aule erano diventate solo un cumulo di calcinacci, l'imponente statua al centro del cortile principale era decapitata fin dall'agosto del '43 e la testa con la grande corona giaceva abbandonata in un angolo simbolo, di situazioni politiche in evoluzione.

 

Le udienze erano però riprese. Processi prevalentemente politici per i molti detenuti che venivano giudicati dalle Corti d'assise straordinarie con magistrati togati e giurie popolari su designazione dei partiti del CLN (Comitato Liberazione Nazionale).

 

Il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) è stata un'associazione di partiti e movimenti oppositori al fascismo e all'occupazione tedesca formatasi a Roma il 9 settembre 1943. Era una formazione interpartitica composta da rappresentanti di comunisti (PCI), democristiani (DC), azionisti (PdA), liberali (PLI), socialisti (PSIUP) e demolaburisti (PDL).

 

Il Partito Repubblicano Italiano rimase fuori dal CLN, pur partecipando alla Resistenza. Ma per gli avvocati il 25 aprile non costituì una svolta traumatica nella vita della "classe forense": in vero sin dal 3 settembre 1943 era stato nominato commissario straordinario del "Sindacato" (così allora veniva chiamato "l'ordine") Edoardo Majno, uomo di indiscutibile prestigio, appartenente ad antica famiglia di giuristi.

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La nomina da parte del governo di Pietro Badoglio precedeva di cinque giorni la data dell'armistizio e Majno – di fronte a quegli eventi tragici – ebbe il coraggio e la capacità di espletare il proprio mandato. Il "direttorio" del Sindacato non si riuniva oramai da vari mesi e nell'ultima seduta del 2 giugno 1943 l'unica attività di rilievo era stato un "deferente saluto" alla memoria del dottor Emilio De Marchi, ufficiale della Julia caduto sul fronte russo, iscritto "ad honorem" nell'albo dei procuratori legali.

 

Edoardo Majno svolse il proprio compito attraverso mille difficoltà ma con grande fermezza nei confronti delle autorità politiche, cui si rivolse più volte, ma per denunziare attività illegali di un sedicente corpo di polizia politica che infestava Milano imponendo un clima di terrore: si trattava della tristemente famosa banda Koch, che rinchiudeva e torturava gli avversari politici in una villa di Paolo Uccello. 

 

Tale presa di posizione fu dettata a Majno non tanto dalla presenza di un collega, l'avvocato Renzo Cantamessa, fra i detenuti, quanto dal principio di non accettazione di queste assurde "giustizie private" e, con l'appoggio dell'allora ministro della Giustizia Piero Pisenti, fece sì che i colpevoli venissero arrestati e processati.

 

Già da questo episodio appare in tutta la sua chiarezza l'impostazione rigorosamente imparziale e apolitica che Edoardo Majno volle dare, in tempi così difficili, al Consiglio del Sindacato Avvocati e Procuratori di Milano. Ma forse l'episodio che meglio di ogni altro rende l'idea della situazione in cui si trovava la classe forense è rappresentato dalle elezioni libere del Nuovo Consiglio che si svolsero a Milano nel dicembre del 1944.

 

Per esse Edoardo Majno ottenne che partecipassero tutti gli avvocati, anche quelli non iscritti al Sindacato Fascista: risultato fu la conferma di Majo e l'elezione degli avvocati Camillo Bregoli, Emilio Tanara, Enrico Gonzales, Silvio Gabriolo, Carlo Dessalles, Alberto Baseggio, Mario Braschi, Cesare Degli Occhi, Carlo Maresca, Camillo Pellegatta, Giacomo Deliata, Luigi Palerai, Aldo Boneschi, Giulio Bas e Riccardo Biraghi.

 

Nella prima seduta, il 17 gennaio 1945, Edoardo Majno spiegò ai presenti le difficoltà materiali e morali in cui si era trovato a dover lavorare dall'agosto 1943 al dicembre 1944, ed illustrò i princìpi cui si sarebbe ispirata l'attività del nuovo Consiglio. Nella seduta del 28 febbraio 1945 dette lettura della relazione sulla sua attività di commissario e su invito del Consiglio diede atto in tale relazione della incondizionata approvazione e solidarietà del Consiglio stesso.

 

Per decisione unanime la relazione rimase esposta nella sede del Sindacato, cosicché tutti poterono rendersi conto degli ideali di libertà e indipendenza politica che avevano ispirato il Sindacato, sotto il commissariato e la presidenza di Majno. Fu pertanto quasi una sorpresa, all'indomani del 25 aprile 1945, la nomina a Commissario del nuovo "Collegio degli Avvocati e Procuratori" di Milano dell'onorevole Ferdinando Targetti invece dell'avvocato Edoardo Majno (tornò in carica nel 1946 fino al 1955).

 

Targetti era peraltro uomo e professionista di indiscusso prestigio, e la nuova situazione del Regno d'Italia gli consentì di attuare ancora più liberamente i principi di imparzialità e di apoliticità che anche negli anni precedenti la classe forense di Milano aveva coraggiosamente mantenuto.

 

Nel giugno-settembre 1945, per delibera commissariale, fu annullata la cancellazione dagli albi professionali degli Avvocati e dei Procuratori appartenenti alla razza ebraica: un evento che i colleghi Ettore Olivetta, Wanda Levi Olivetta, Pia Levi Ravenna, Paola Pelizzi Pontecorvo (una delle prime donne avvocato in Italia), Giorgio Jarach, Attilio Luzzatto ricordarono sempre con piacere. Fu inoltre disposta l'iscrizione di alcuni giovani procuratori che non avevano potuto ottenerla perché non iscritti al PNF, come prescritto dalla legge 23/3/1940 n. 254.

 

Poche le epurazioni: soltanto sei e tutte annullate dal Consiglio Nazionale Forense per effetto della amnistia Togliatti. I meno anziani troveranno incredibile il racconto di questi lontani avvenimenti. Per molti di noi, invece, si tratta di una realtà ormai superata, ma a suo tempo intensamente, dolorosamente e orgogliosamente vissuta, negli anni della guerra. Ai giovani che si affacciano alla professione questa "incredibile" realtà sia di monito e norma, e i più anziani non dimentichino che cosa ha saputo fare la classe forense milanese in tempi tanto più difficili dei nostri.