La scuola e le sospensioni

scuolaSono entrato al liceo classico "Giovanni Berchet" in via della Commenda 26 nell'autunno del 1931 e ho trascorso otto anni in quell' istituto, considerando che ho frequentato, sempre nello stesso edificio, quella che oggi è la scuola media "Luigi Majno" e che allora si chiamava ginnasiale.  Tra i miei compagni di scuola c'era Giovanni Fabbri, il futuro editore.

 

Era nato nel '20, aveva dunque un anno più di me e già da allora era pieno di grinta e volontà: al liceo s'industriava a trafficare con piccoli oggetti d'antiquariato riuscendo a combinare qualche buon affare.

 

C'era anche Dino Risi: quando lo conobbi lui frequentava l'ultimo anno e, come anche Luciano Emmer, era già appassionato di cinema. Ricordo con piacere che Dino mi vendette per 50 centesimi il primo, bellissimo distintivo dell'Ambrosiana.

 

A chiosa del mio periodo al Berchet, devo dire che sono quasi certo di aver stabilito un record: sono stato sospeso venticinque volte. Un primato che, se dava lustro a me, inondava di tristezza a mia madre. Molto meno mio padre. "Questa è la terza volta in meno di due mesi che la portano da me. Vuole continuare a leggere giornali sportivi in classe?" mi disse il severo vicepreside.


"Giuro che non lo faccio più"
"Ha già giurato la volta scorsa, invece..."
E alla fine della reprimenda mi chiese come sempre:
"Suo padre è iscritto al partito fascista?"
Ero stufo del ritornello e una volta gli risposi:
"Non so, se non si è iscritto dopo l'ultima mia sospensione..."

 

Era chiaro che il vicepreside collegava a questa mancanza di mio padre il motivo del mio essere un casinista. Sono sempre stato irriverente, nei limiti dell'ironia, ma irriverente, schietto e ballista, coloravo la verità per renderla più gradevole. Direi di essere anche intelligente, a strappi, ma intelligente. Con l'avanzare degli anni sono diventato anche un po' saggio, ma senza perdere l'abitudine di snocciolare disinvoltamente un sacco di puttanate.

 

Forse, se non avessi avuto per gli ultimi due anni di scuola il professore Luigi Sasso, un conoscente della famiglia, avrei collezionato molte sanzioni disciplinari in più, lui, però, riteneva che la sospensione non fosse un provvedimento adatto a me. E aveva ragione. Arrivai all'esame della terza ginnasiale e i miei, se avessi raggiunto la promozione con la media del sette, mi avevano promesso due regali: mia madre mi avrebbe regalato la bellissima bicicletta "Garibaldina" della Gloria e mio padre la tessera del pulvinare laterale dell'Arena, dove giocava l'Ambrosiana-Inter.

 

Ottenni la media del sei ma mi regalarono sia la bicicletta che la tessera. Papà, tienimi la cartella, così gioco a palle di neve".
Il giorno che mi fu consegnata la pagella del primo trimestre della quarta ginnasio nevicava. Papà ogni tanto veniva a prendermi a scuola: si faceva trovare lì in trepidante attesa.

 

"Peppinello mio, così siamo un'anima sola" diceva in quelle occasioni. Mio padre nutriva per me un affetto talmente grande che a volte sconfinava nella troppa permissività. Ma quando arrivammo a casa e tirai fuori la pagella con 5 in italiano scritto, 4 in orale, latino 4 e 4, greco 3 e 3, francese 4 e 4, 4 in geografia, storia e matematica, 5 in religione e 6 in condotta, la sua reazione fu diversa.

 

Lesse il documento scolastico adornato da fasci littori e rimase in profondo silenzio. Ci restò male anche per il 5 in religione, visto che mi aiutava lui in quella materia, ma più di tanto non poteva vista l'influenza del suo solido ateismo. Pochi secondi dopo mi arrivarono due schiaffoni energici.

 

berchet"Basta: da domani si cambia tutto. Studierai con me dalle due alle sei del pomeriggio. Poi alle sei e mezzo andrai per un'ora dalla signorina Migliazza, per il controllo e il ripasso." Questa fu la reazione di mamma Alda. Addio storiche sfide a calcio tra noi, gli scatenati del Berchet, e i diavoli del Manzoni, addio gare durissime che preparavamo con gli allenamenti sul campo di via Carlo Botta dove, nel 1939, sorse la piscina Caimi. Addio, tutto finito: testa sui libri, non nel pallone.

 

Mamma faceva sul serio e il pomeriggio seguente ne ebbi la prova. Con il piglio di una guardiana e un atteggiamento persecutorio iniziò a seguirmi nei compiti e a controllare che sotto libri e quaderni non nascondessi la Gazzetta dello Sport o il Calcio Illustrato. Dopo ore di studio, stravolto, dovevo recarmi anche dalla signorina Migliazza, già studentessa universitaria e sorella del mio amico Sandro. Qualche tempo dopo, durante la lezione, il severo professore Fossati aveva interrogato un mio compagno che non aveva risposto a una domanda.

 

Il professore, allora, si rivolse alla classe e io, pronto, alzai la mano.

"Cosa vuole lei?" mi chiese burbero l'insegnante.
"Voglio rispondere" feci io baldanzoso.
"Ah, lei saprebbe rispondere?" C'era dell'ironia nel suo tono.
"Sì, certamente" affermai.
"Allora venga fuori dal banco e mi dica: come si chiama il segno diacritico della crasi?"
"Si chiama coronide."
"Come fa a saperlo?" domandò il professore sorpreso dalla mia sicurezza.
"So tutto, ho studiato qualche pagina in più del programma."

 

Questo fu il risultato della cura intensiva di mia madre. Da quella interrogazione, il Fossati, che mi aveva sempre considerato uno stupido, iniziò a esaltarsi per il mio sapere. Mi teneva "in panchina" e quando qualche compagno di classe non sapeva rispondere mi "mandava in campo".

 

Quando mi beccava in piena distrazione o mentre leggevo la Gazzetta sotto il banco, mi affibbiava uno zero, ma la media finale si alzò e fui promosso sia in quarta che in quinta ginnasio. La condotta migliorava ogni trimestre, passai al 7, poi all'8 che, a quei tempi, era il minimo per la promozione.  Mamma Alda s'impose anche nel campo della religione: riuscì, se non a convincere, almeno a far digerire a "Luigino" – grazioso diminuitivo con cui a volte chiamava papà – che facessi la Prima Comunione. La feci, ma in ritardo: avevo 12 anni e accadde dalle Suore del Cenacolo in via Gabba dove andavano i bambini della Milano-bene. Malgrado ogni sforzo, l'ateismo di mio padre non riuscì ad avere la meglio fino in fondo.

 

"Giuseppe, prova a cantare solo col cuore..." mi disse una suora quando arrivò il momento dei canti. Oltre a essere il più vecchio ero stonatissimo e non voleva fare sfigurare gli altri bambini. Sostenni l'esame di maturità nel luglio del 1939 e ancora oggi mi capita di rivivere con angoscia quelle lunghe settimane di affannosi ripassi, con la tensione di mia madre, che mi aiutava nello studio, con le sveglie alle sei del mattino, con lei che, bigino di greco alla mano, controllava se quanto traducevo era corretto, con qualche notte insonne, con le finestre chiuse al pomeriggio nonostante il caldo per non sentire le grida dei miei amici che giocavano in strada.

 

Il programma d'esame comprendeva tre anni completi e non c'era da scherzare. Inoltre non va nascosto il fatto che il mio percorso per arrivare alla maturità era stato piuttosto accidentato. Diedi l'orale il 26 luglio e fui promosso per la felicità mia e quella dei miei. Iniziava un altro pezzo della mia vita.